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ROSANERO
di
Maria Tronca
Editore:
La tartaruga
Anno: 2010
Pagine: 133
Trama
in sintesi:
Calogero Mancuso, un mafioso giovane e belloccio, viene ammazzato nel
centro storico di Palermo per un regolamento di conti. Nello stesso
momento Rosellina Restivo, una bambina di nove anni, cade dall’altalena
e perde conoscenza. Vengono portati entrambi nello stesso ospedale.
Quando Rosellina si sveglia è strana, violenta, dice un sacco
di parolacce, ma continua a giurare che non è colpa sua. La verità
è che l’anima di Calogero è entrata nel suo corpo.
Calogero vede attraverso gli occhi di Rosellina e sente attraverso le
sue orecchie. E, se lei glielo consente, riesce anche a parlare, con
una voce inquietante, e a usare il corpo della ragazzina come se fosse
il suo. Giorno dopo giorno, il mafioso scopre cosa significa vivere
dall’altra parte della barricata, nell’incubo dell’estorsione.
Affronta un segreto che sbuca dalle pieghe del suo passato. Vive l’angoscia
del tradimento. Attraverso la vita di Rosellina tocca con mano il valore
della lealtà, lo sdegno, la tenerezza. E a suo modo, insieme
alla sua giovanissima alleata, riesce a far trionfare la giustizia.
Poi abbandona il suo corpo, perdendosi tra le strade di Palermo. Dove
andrà?
Domenica,
29 maggio 2011
Palermo è una città in festa.
La sua squadra di calcio alle 20.30 disputerà la finale di coppa
Italia contro l’Inter. Ovunque bandiere rosanero e ovunque c’è
un clima d’allegria.
Compro a mio figlio, prima la bandiera con l’aquila stampata in
bella mostra, poi il berrettino ed infine la magliettina del Palermo
che vuole subito indossare.
Continuando la passeggiata entro, come al solito, in libreria e cercando
fra gli scrittori siciliani vedo il dorso di un libro che s’intitola
Rosanero. Lo prendo. Ha una copertina che affascina subito: una bambina
di dieci anni, forse, a braccia conserte con una pistola serrata nella
mano destra. Un sfondo nero. Un viso diafano. Uno sguardo da adulto.
Uno sguardo che non le appartiene.
Autore: Maria Tronca, non la conosco, ma leggere una scrittrice mi va
proprio, 133 pagine, La Tartaruga editore (Baldini Castoldi Dalai).
Oggi mi sento proprio palermitano. Lo prendo.
Albertino cammina felice dentro la sua larga maglietta e sbandiera i
colori cantando: Rosanero alè ale. La gente lo guarda e sorride.
Anch’io ho una cosa rosanero. Un libro. Mi sembra bello.
Comincio la lettura prima di mettermi a tavola per il pranzo, ed è
la fine. Giusto il tempo di mangiare e dopo una galoppata fino al traguardo
delle 133 pagine. Inutile dire che mi è piaciuto molto.
È
un libro godibile e molto originale, con un titolo azzeccato, dove il
rosa identifica la protagonista femminile Rosellina, una bambina di
nove anni, ancora ingenua, pura, educata. Piena di tenerezza, tuttavia
già segnata dal dolore per la perdita della madre e dalle preoccupazioni
vissute dal padre che si arrabatta a lavoro per poterle dare una cultura,
dei sani principi, una vita migliore. Il Nero è invece l’altro
protagonista. Calogero Mancuso. Giovane boss mafioso emergente, sarcastico,
spietato, arrogante e maleducato che incarna la cultura del male storico
della terra di Sicilia.
Il rosa e il nero. Rosanero i colori della squadra di calcio del Palermo.
Città teatro del romanzo.
Il nero per invenzione letteraria è costretto a vivere nel corpo
di Rosellina, però la convivenza comincia subito male, perché
il carattere Beffardo di Calogero soverchia subito l’ingenuità
della bambina… ma sono purtroppo costretti a vivere insieme. Proprio
questo collante, nello scorrere delle pagine, porterà il nero
a capire meglio le cose. A rivedere tutto il suo passato. Le sue ignobili
azioni mafiose. Capirà cosa vuol dire il tradimento, la sopraffazione.
Capirà quanto vigliacco è stato tutto il suo stile di
vita. Quanto vigliacco è chiedere il pizzo a un poveraccio. E
lo capirà vivendolo dall’infantile punto di vista della
bambina, nella proiezione del nucleo familiare. E se questo non lo porterà
mai a rinnegare la sua origine malavitosa e a consumare la vendetta,
di contro, lo obbligherà ad sostenere la sua nuova famiglia e
Rosellina stessa perché, oramai, è sopraffatto dai valori
della solidarietà, del coraggio, della lealtà e soprattutto
dalla delicatezza del mondo infantile.
Il rosa e il nero. Il bene e il male.
Sono costretti a convivere nello stesso corpo e come nella migliore
tradizione: è il bene che trionfa sul male.
Il romanzo si dipana ad un ritmo serrato, con un linguaggio personale
intercalato da espressioni dialettali che danno credibilità ai
personaggi, tutti ben delineati nei loro profili psicologici. La storia
è fresca, godibile e a tratti geniale. La fine lascia intuire
che potrebbe esserci un seguito con una nuova reincarnazione del male
(oramai bene) all’interno di un cane (bastardo) simbolo della
lealtà disinteressata. Forse vi potrà essere un nuovo
capovolgimento dei tradizionali concetti del bene e del male…
molto interessante. Lo aspetterò con ansia.
Per
la cronaca ho avuto giusto il tempo di finire di leggere il libro e
mettermi in macchina per andare a vedere la partita da Enzuccio, logicamente
con mio figlio. È andata male. Abbiamo perso.
Un
estratto del romanzo:
[...]
Adesso che Calogero sapeva che cosa gli era successo, pensava che
era meglio quando non lo sapeva. Non si dava pace, ma era diventato
meno loquace. Passava ore e ore in silenzio, a ricordare. E una volta,
era notte, non ce la fece più e si mise a piangere come un bambino.
Rosellina si svegliò, aveva sete, la gola arsa, si toccò
la fronte, scottava, andò in bagno a bere, e poi si sciacquò
la faccia con l’acqua fredda.
Si asciugò e si guardò alla specchio, per la prima volta
da quando era tornata a casa. Si guardò negli occhi, più
in fondo che poteva e disse:
“Mi dispiace che sei morto. Ma smettila di piangere che non riesco
a dormire”.
Calogero smise all’istante, rimase zitto per un attimo, sentì
il cuore che gli batteva forte ma non era il suo, era quello di Rosellina.
Minchia! Ma allora mi senti!
“E smettila anche di dire parolacce, sempre parolacce dici, sei
proprio vastaso. Certo che ti sento, non stai zitto un attimo!”
E allora perché non mi rispondevi?
“Perché…perché ci avevo paura, pure adesso
ce l’ho… mi pareva di essere invasata…che eri il diavolo…e
poi non lo sapevo se eri vero o no… cioè, mi pareva che
sentivo le voci perché il colpo alla testa mi aveva fatto un
poco spostare… e pensavo che se non gli davo retta alle voci alla
fine se ne andavano”.
Ma perché, senti altre voci?
“No, solo la tua. Ogni tanto quella della mamma, ma non è
vero, sono io che mi parlo da sola come se mi parlasse la mamma, mi
dico le cose che mi diceva lei… per sentirmela accanto, ma lei
non mi ha mai parlato…”.
Ah! E allora perché dici le voci, al plurale?
“Perché si dice così. Quando uno è pazzo
si dice che sente le voci, non una sola, tante… e pure se è
una sola si dice che sente le voci”.
Vabbé, come dici tu! Ma anche tua madre è morta?
“Sì”.
E quan…
“Non ne voglio parlare, per favore”.
Ah! Va bene, scusa. Ma com’è che sono… dentro a te?
“Non lo so. E non mi piace”.
E figurati a me se mi piace! Essere intrappolato nel corpo di una picciridda.
Ma se propia doveva essere non potevo finire nel corpo… chi sacciu…
di uno ricco, famoso… un pezzo grosso! E invece qua m’imprigionarono
che è quasi peggio di essere all’Inferno!
Calogero però si sentiva meglio. Era morto, e vabbé, ma
almeno non era più solo. E poi il fatto che Rosellina potesse
sentirlo e comunicare con lui lo faceva sentire meno morto.
“Che gentile!”
Grazie! Ma… mi pigghi pu culu?
“Guarda che non ti capisco se parli in dialetto”.
Maria Santa e chi sei la baronessa Stoccaminquattro!
“Sei un grandissimo maleducato, buona notte!”
No no! Aspetta… scusami!, scusami!, veramente. Io sono contento
che mi senti e mi parli, dico vero. Gr…grazie.
“Prego”.
E adesso che facciamo?
“Facciamo che io me ne torno a letto e cerco di dormire che domani
ho scuola, e cerchi di dormire pure tu. Ma… tu dormi?”
Non lo so, ma mi pare di sì, non lo capisco tanto bene.
“Se dormi meglio, se non dormi cerca di stare zitto, per favore”.
Va bene, ma domani parliamo?
“Sì, ma dopo scuola. E mentre sono a scuola devi stare
zitto, sempre, e non dire mai le parolacce. Promettilo”.
Ma io mi annoio a stare sempre zitto, minchia!, cinque ore zitto devo
stare!
“Ecco, hai detto un’altra parolaccia. Se domani mentre sono
a scuola mi parli e mi fai distrarre, o dici parolacce che non so perché
dico pure io, e la maestra mi rimprovera di nuovo e chiama papà,
giuro, giuro sulla tomba di mia madre che non ti risponderò mai
più!”
Ok, ok… va bene! Minc… mamma mia quantu sii camurrusa!…
camurrusa si può dire?
“Prometti!”
Prometto, prometto… butt… buttigghiazza ‘ra miseria!
Va bene così?
“Insomma, facciamo finta che va bene. Buona notte”.
Rosellina…
“Eh…”
Un’attra cosa, l’urtima, te lo giuro… te lo ricordi
il giornale dell’attra volta? Quello dove c’era la mollica?
Quello delle cotol…
“Quello dove eri morto? Certo che me lo ricordo. Perché?”
Perché vorrei sapere che cosa c’è scritto…
com’è che… sono morto… [...]
Ivo Tiberio Ginevra
pubblicato su Thriller cafe.it
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