| NON
FARE LA COSA GIUSTA
di Alessandro Berselli
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Formato: Libro
• Pagine: 240
• Lingua: Italiano
• Editore: Perdisa Pop
• Anno di pubblicazione 2010
Claudio Roveri è un informatore medico scientifico. Conduce una
vita di apparenze. Apparentemente è un professionista affermato,
ha una famiglia felice, nessun motivo, per non sentirsi soddisfatto,
in realtà le cose non vanno così bene. Roveri cova il
disagio. Odia Bologna, che è diventata una città così
diversa da come se la ricordava. Negri, punk e zingari ai semafori,
e quella sensazione di degrado che ha ogni volta che cammina per il
centro. Roveri odia, ma non fa nulla. Si rifugia nella famiglia, negli
amici di sempre, nel lavoro. Fino a quando reagisce, assecondando la
sua vera natura. Una sera durante un rapporto sessuale con una giovane
dottoressa conosciuta per lavoro, sente suonare il cellulare, ma non
risponde. A chiamare è sua figlia, in cerca di aiuto. La vita
di Claudio Roveri, da quel momento in poi, cambierà una volta
per sempre.
Dirò subito che Non fare la cosa giusta è un ottimo libro.
Che è un vero noir senza via di scampo e che vorrei vederlo vincitore
di quei famosi premi letterari dove autorevoli tromboni scrittori dispensano
la loro saggezza infinocchiando libri difficili, a volte scritti male
e che non lasciano nulla dentro se non quelle solite scontate riflessioni.
Berselli racconta la crisi dell’uomo contemporaneo e lo fa senza
particolari paroloni con una storia ben scritta, semplice e nera, con
misura, originalità e soprattutto affidandosi a una prosa dal
ritmo crescente fino al punto da farsi leggere senza soste.
Fin dall’inizio colpisce subito l’inconsueto e azzeccato
utilizzo della seconda persona quale forma narrativa:
“Non ho mai tradito tua madre.
Non che non ci abbia mai pensato, non sono mica un santo. È solo
che alla fine ho fatto prevalere il senso di responsabilità.
L’etica della famiglia, se così la vogliamo chiamare.
Rileggo la frase.
Senso di responsabilità, etica della famiglia. Sono ridicolo,
ho appena iniziato a scriverti e già me la sto raccontando.
Ne prendo atto. Ricomincio da capo.
Ho sempre avuto paura. Paura di essere scoperto, di non riuscire a farla
franca. Non sono bravo a mentire, Erica, e tua madre è troppo
furba per non accorgersene.
È per questo che non l’ho mai tradita.”
Sembra di leggere una lunga lettera che Claudio Roveri, il protagonista
del romanzo, indirizza alla figlia Erica, ma non è così.
Non è una lettera. È solo un monologo, o meglio, è
una grande invenzione narrativa che ha il meritevole compito di mettere
ben chiari e fin da subito, gli ingordi sensi di colpa divoratrici della
personalità di un padre teso solo alle gioie effimere borghesi
del suo tempo, a scapito delle uniche certezze irrimediabilmente perdute
della famiglia, dell’amore coniugale e più di tutto, dell’amore
fra un genitore e la figlia adolescente.
Nella prima parte del romanzo abbiamo un protagonista che ha speso tutti
i suoi primi quarant’anni di vita per correre dietro alle apparenze
(vedi la bella casa, la bella moglie avvocato, la bella figlia studente),
alle prospettive di una carriera brillante, all’effimero (come
il bisogno dell’aperitivo preservale nei locali chic del centro
città), e con il dio denaro al di sopra di tutto.
Claudio Roveri fin dall’inizio della storia ha già sviluppato
questi temi feticistico borghesi volti alla raccolta “dell’inutile
prezioso” a scapito della certezza emotiva. Si è già
consumato nell’autocompiacimento narcisistico del proprio IO,
in costante ricerca di realizzare altri edonistici bisogni, come tradire
la moglie, ovviamente con una bella donna, ovviamente in carriera, ovviamente
elegante, ovviamente porca, ovviamente riservata e soprattutto capace
di non intaccare i suoi beni sociali conquistati, e mi riferisco ovviamente
alla famiglia, ovviamente al prestigio sociale, ovviamente a quei beni
di consumo che danno un significato alla vita. La sua vita. Altrettanto
ovviamente, Roveri ha cognizione del disagio che caratterizza le sue
certezze, ma impegnato com’è a correre dietro al suo IO,
non tenta neanche una volta di risolvere il malessere della famiglia,
magari cercando un dialogo con la moglie o con la unica figlia oramai
diciassettenne. Non prova neppure ad annullare la distanza creatasi
fra loro, considerandola incolmabile. Non fa nulla per entrare in quel
mondo di cose a lui distanti e incomprensibili, in una sola parola nel
semplice mondo degli adolescenti. Eppure Claudio Roveri adora sua figlia
e sa bene di avere sbagliato in tutto: “fallire come marito è
un peccato veniale, ma non esserci come padre è la voce peggiore
che può capitare in un bilancio esistenziale”.
Il protagonista è in tutto e per tutto cosciente del fallimento,
ma non reagisce. Continua a rifugiarsi nell’effimero con l’unica
conseguenza di assecondare la noia partorendo un insopportabile disagio
che lo porta ad essere intollerante verso ogni cosa ad iniziare dalla
sua città che oramai detesta, e a tutte le forme di vita diverse
da lui (zingari, barboni, giovani colleghi, extracomunitari, ecc...).
È un disagio che dapprima cresce lentamente (litiga con il compagno
di scuola della figlia, attacca briga con un giovane collega in un ambulatorio,
ha un acceso diverbio con Luca lo psicologo) e poi matura uccidendo
il cane del vicino, pigliando a schiaffi una zingara, bruciando vivo
un barbone, ma proprio quando l’attenzione del lettore è
rivolta alla discesa negli abissi di Roveri, oramai intento a non fare
la cosa giusta, ecco che Berselli ha quel colpo di genio che rende unico
questo romanzo: Termina la prima parte all’apice del suo interesse
per iniziarne una seconda diversa. Una seconda del tutto inaspettata
e spettrale che getta il lettore in un turbinio di pensieri ed azioni
dove non fare la cosa giusta è l’unico imperativo che legittima
l’agire del nostro personaggio che oramai ha capito e detesta
senza remissione alcuna la sua vita inutilmente condotta.
Le effimere certezze di uno stimato e benestante professionista quarantenne
si sono trasformate in palliative menzogne e inadeguate finzioni non
più in grado di trattenere i freni inibitori dell’uomo
oramai deciso a scendere nell’abisso.
È in questo clima che Roveri compie degli atti inconsulti che
paradossalmente gli danno iniezioni di autostima fino alla distruzione
generale.
Non voglio commentare oltre, perché toglierei il piacere al lettore
di godersi un bel finale del tutto inaspettato e finisco incensando
quest’opera narrativa di Alessandro Berselli e complimentandomi
con quel grande saggio di Luigi Bernardi abituato da sempre a fare la
cosa giusta.
Ottima e comunicativa anche l’immagine di copertina in perfetta
sintonia con il romanzo ed il suo recondito significato.
Ivo Tiberio Ginevra
(recensione pubblicata su Thrille Cafè)
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