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EVERYMAN
Philip
Roth
Premetto
subito che Everyman è un buon libro, che mi è piaciuto
e che l’ho subito riletto;
che Roth è indubbiamente uno dei più grandi scrittori
contemporanei;
che il dono di scrivere di Roth è fuori dal comune;
che Roth è insuperabile nel dosare il racconto e bilanciare tutti
i rapporti fra il protagonista e gli altri personaggi;
che tutte le sue riflessioni sulla morte, la vecchiaia, la malattia
resteranno indelebili nella mia memoria perché uscite fuori dall’intimo
riflessivo di ogni uomo e narrate con una incisiva e disarmante semplicità;
che la narrazione è piuttosto originale e procede fluida nel
difficile campo dei salti temporali;
che ho apprezzato molto l’autoironia, il nichilismo e la tragicomicità
di Roth in questo racconto privo di qualsiasi metafora;
che la chiusa del racconto con il dialogo fra il becchino ed il protagonista
è una pietra miliare della letteratura contemporanea, in grado
di richiamare alla memoria l’autorevole figura di un grande metafisico
come “Amleto”.
Tutto quanto premesso e considerato
mi autorizzo a criticare un papabile premio Nobel partendo dal titolo,
perché non è azzeccato e non gli si addice per niente.
Io lo avrei chiamato “Morte, vecchia, malattia, pentimento di
un pubblicitario di successo”, senz’altro il risultato sarebbe
stato migliore. L’opera letteraria, infatti, parla proprio di
un pubblicitario di successo in pensione, intento a fare i conti con
la vita che gli è scivolata innanzi con tutti i suoi amori, e
indugia sempre sulla continua demolizione del corpo da parte della vecchiaia
e della malattia che lo porteranno inevitabilmente alla morte.
Il romanzo è un continuo fare i conti con la morte. Inizia con
il funerale del protagonista, continua con la scoperta della morte degli
estranei e delle persone care, finisce con la propria morte, dopo avere
visto lo scadimento del corpo attaccato dai morsi di una vecchiaia tiranna
che tutto sbriciola, che tutto demolisce.
Il nostro protagonista giunto alle soglie della senilità traccia
il bilancio della sua vita, con la costante presenza delle malattie,
ma non è un conto obiettivo che lo rende credibile, perché
privo d’autocritica.
Mai il protagonista di questo romanzo ha pensato di essere stato un
uomo “fortunato”, di avere vissuto fino a 75 anni con una
gran reputazione, con successo, con soldi, con donne stupende, viaggiando
da Parigi ai Caraibi e circondato da tante belle cose che un Everyman
qualunque non può permettersi di sognare.
Sì, ha anche sofferto, ma le pessime relazioni matrimoniali sono
il frutto del suo esacerbato egoismo.
Ha sofferto per la morte dei genitori e delle persone care, ma chi non
soffre o soffrirebbe per questo.
Ha sofferto perché malato, infatti, ha subito diverse operazioni
al cuore con la paura che la malattia vinca sulla vita, ma permettetemi
di dire che non c’è niente d’incredibile in tutto
questo. Milioni di persone nel mondo tirano avanti in questa maniera,
basti pensare che pure il sottoscritto è un cardiopatico ed ha
subito 3 interventi al cuore (a proposito, la descrizione delle angioplastiche
rende bene l’idea dell’estraneità del corpo nel processo
operativo di una sala chirurgica ed è ottimamente descritta,
ma non vi è alcun accenno in tutta l’opera, alla schiavitù
della pillola, vero incubo di chi deve fare i conti con la malattia
che giornalmente ti ricorda di esserci). Proprio per tutto questo il
protagonista mi sembra privo d’attendibilità ed il libro
a tratti riesce a scadere nella mera contabilità degli acciacchi,
come in una qualsiasi operazione di ragioneria, dove il risultato finale
è purtroppo sempre lo stesso.
Anche un altro titolo si sarebbe addetto a questo lungo racconto, come
ad esempio: “La solitudine di un uomo di successo”.
Questo perché il nostro acritico personaggio è solo nelle
malattie, solo nella vecchiaia, solo nella morte stessa, ma non è
quello che può definirsi un povero Cristo, un disgraziato segnato
dalla vita, dal destino. È uno che ha dato, che ha preso anche
molto, e che solo prima di morire, ha capito di avere bisogno degli
altri.
È un uomo che alla fine della vita paga il suo sviscerato egoismo,
frutto della civiltà del benessere e capisce gli sbagli.
Manca una critica seppure velata da parte dello scrittore, al personaggio
che dalla vita ha saputo prendere solo l’effimero, fatto di fama,
soldi, donne a scapito dei valori fondamentali dell’esistenza
umana.
Per finire permettetemi una terza e ultima disapprovazine sul titolo.
Se Everyman prende il nome da un classico dell’antica drammaturgia
inglese che metaforicamente ha in sostanza l’appello di tutti
gli uomini innanzi alla morte, la sua traduzione letterale in “ogni
uomo” ha la pretesa universale di accumulare, svilire, forfettizare
e soprattutto spersonalizzare ogni essere umano solo perché nasce,
vive e muore.
“Ogni uomo” non è uguale all’altro, perché
vive in maniera diversa, perché affronta la vita, l’amore,
la vecchiaia e la morte in maniera diversa dall’altro. L’assunto
di Roth con la sua pretesa d’essere tutti uguali solo perché
viviamo, amiamo e moriamo è troppo collettivo, comune, assolutista
e cinico e non sposa il titolo del racconto, finendo per depistare il
lettore che ovviamente non s’identifica.
Se è vero che tutti gli esseri umani hanno in comune una vita
ed una morte, è anche vero che il percorso è sempre diverso
per tutti, anche se porta allo stesso posto.
Proprio
per questo ogni uomo non ha niente di comune con gli altri. Perché
ogni uomo è diverso. Perché ogni uomo è arbitro
del proprio destino.
Ivo Tiberio Ginevra
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